Ho scelto di rinunciare alle fedi. Perchè non me lo posso permettere. Non mi posso permettere di non provare a capire da solo. Tutte le volte, tutte le cose con il limite evidente delle mie sole capacità e dell'arma faticosa del dubbio.
Si, faccio fatica. Mentale, anche fisica. E spesso non arrivo a nulla. Ma detesto le idee precostituite, le narrazioni omnicomprensive, le risposte confezionate.
E' così che sto affrontando queste tragiche giornate. E' per questo che l'attacco alla libertà di stampa, alla libertà d'espressione, mi si è conficcato in testa. Zittire le opinioni? Giuste, sbagliate, forti, insensate. Opinioni. Troppo poco per morire.
In realtà non so nulla di Charlie Hebdo. Come tanti di noi. Ma il meccanismo difensivo si innesca. Ci sono morti a causa delle loro idee. Inaccettabile. Sconcertante.
Come sconcertanti sono le reazioni all'avvenimento. Tutte interne all'occidente, differenti per impostazione, ma sempre legate allo stesso schematismo. Le chiese schierano le loro truppe: gli antimperialisti, gli anti-islamici, i convertiti, i difensori della civiltà occidentale, gli scontro-civilisti, i complottisti, gli anticomplottisti. Tutti i dogmi si dispongono in campo. Un polverone denso si alza nell'aria. Si intravvedono le immagini dell'assurda esecuzione di un agente di origine araba da parte di un incappucciato armato, a passeggio per le vie di Parigi.
Chi ha fatto quel filmato, mi chiedo. Quale inutile freddezza può aver portato i dipendenti di Charlie Hebdo a twittare le foto della loro fuga sul tetto? A riprendere un video di persone asseragliate sulla copertura dell'edificio?
Poi tutti ad aspettare l'assalto. Ecco. Ci siamo. No, tutti a letto. Lo spettacolo riprende domani.
Da non esperto militare, non esperto di servizi segreti, non esperto di guerriglia urbana, capisco che questo attentato avrà delle conseguenze sulle nostre vite, che troppe tessere mancano a completare il mosaico, che da qualche parte nel mondo altre vittime di insulsa violenza sono morte anche oggi, che un attentatore che dimentica la carta d'identità durante un assalto, difficilmente farà carriera.
Speriamo almeno che fosse una fotocopia.
giovedì 8 gennaio 2015
mercoledì 31 dicembre 2014
Buon anno a Lituania ed Albania
Con un giorno d'anticipo facciamo gli auguri alla Lituania che dal 1 gennaio 2015 adotterà l'Euro, divenendo il diciannovesimo membro dell'Unione Europea Monetaria.
Il giorno dell'ufficializzazione di tale evento, il 23 luglio 2014, il presidente del Consiglio della UE, l'italiano Sandro Gozi, ebbe a dichiarare: " E' la dimostrazione della persistente attrattiva del progetto della moneta unica e della sua rilevanza per il futuro della comunità".
Non mi stupisce l'uso della retorica in una occasione del genere, ma continuo a non capire la volontà di appartenere ad un tale Club delle Nazioni più Depresse.
Un altro paese che freme dalla voglia di vincolare la sua politica monetaria e fiscale, abbandonando l'immorale pratica delle svalutazioni esterne per dedicarsi alla pratica delle svalutazioni interne.
Un altro paese che affida alla manifesta incapacità della BCE il mandato di gestire il suo tasso d'inflazione, da un anno e mezzo sotto il livello obiettivo del 2%.
Un altro paese che, in caso di shock esterno, credendosi protetto dalla credibilità e solidità della moneta unica di fatto agevolerà il lavoro degli speculatori che si concentreranno sui tassi.
Un altro paese che ha deciso di combattere la disoccupazione con l'emigrazione dei suoi abitanti, con una popolazione in calo da 3,4 milioni del 2004 a 2,95 milioni del 2014.
Un altro paese che ha deciso di vivere nel cono d'ombra dell'economia tedesca, seconda nazione per importanza nell'import di un paese con una bilancia commerciale costantemente negativa da anni, con un saldo delle partite correnti raramente in attivo dall'inizio della crisi nel 2008.
O forse, semplicemente, un altro paese che interpreta il concetto della solidarietà e collaborazione economica tra le nazioni aderenti alla UE come proposto dal premier albanese Edi Rama.
Di fronte al presidente di turno del Consiglio dell'Unione Europea, il premier italiano Matteo Renzi, il primo ministro albanese invita gli imprenditori italiani ad investire in Albania perchè le tasse sono al 15% e non ci sono i sindacati.
Nel caso qualcuno avesse ancora dei dubbi, il neo candidato all'ingresso nella UE ci ricorda in tal modo i principi sui quali si basa il più grande mercato interno del mondo.
Che Edi Rama sia il segretario del Partito Socialista d'Albania, poi, non può certo scandalizzare chi ha appena assistito alla cancellazione dell'art.18 dello Statuto dei Lavoratori ad opera del segretario del partito erede del Partito Comunista Italiano.
Come l'Unione Europea intenda l'integrazione europea ce lo evidenzia, inoltre, la nuova legge sull'iva sugli acquisti digitali ( quindi beni non materiali ) effettuati in paesi esteri aderenti alla UE, che entrerà anch'essa in vigore il 1 gennaio 2015.
In base alla nuova legge, al consumatore finale sarà applicata l'aliquota iva del paese in cui è residente e non più quella del paese di residenza dell'impresa che vende il servizio o bene digitale.
Vengono così tutelati sia i governi che hanno deciso di spremere con una tassazione non progressiva i propri cittadini, sia i governi che praticano dumping fiscale, non comportando questa norma nessuna variazione nelle aliquote fiscali praticate all'imprese residenti in paradisi fiscali dell'Unione.
Buon anno a tutti!
Il giorno dell'ufficializzazione di tale evento, il 23 luglio 2014, il presidente del Consiglio della UE, l'italiano Sandro Gozi, ebbe a dichiarare: " E' la dimostrazione della persistente attrattiva del progetto della moneta unica e della sua rilevanza per il futuro della comunità".
Non mi stupisce l'uso della retorica in una occasione del genere, ma continuo a non capire la volontà di appartenere ad un tale Club delle Nazioni più Depresse.
Un altro paese che freme dalla voglia di vincolare la sua politica monetaria e fiscale, abbandonando l'immorale pratica delle svalutazioni esterne per dedicarsi alla pratica delle svalutazioni interne.
Un altro paese che affida alla manifesta incapacità della BCE il mandato di gestire il suo tasso d'inflazione, da un anno e mezzo sotto il livello obiettivo del 2%.
Un altro paese che, in caso di shock esterno, credendosi protetto dalla credibilità e solidità della moneta unica di fatto agevolerà il lavoro degli speculatori che si concentreranno sui tassi.
Un altro paese che ha deciso di combattere la disoccupazione con l'emigrazione dei suoi abitanti, con una popolazione in calo da 3,4 milioni del 2004 a 2,95 milioni del 2014.
Un altro paese che ha deciso di vivere nel cono d'ombra dell'economia tedesca, seconda nazione per importanza nell'import di un paese con una bilancia commerciale costantemente negativa da anni, con un saldo delle partite correnti raramente in attivo dall'inizio della crisi nel 2008.
O forse, semplicemente, un altro paese che interpreta il concetto della solidarietà e collaborazione economica tra le nazioni aderenti alla UE come proposto dal premier albanese Edi Rama.
Di fronte al presidente di turno del Consiglio dell'Unione Europea, il premier italiano Matteo Renzi, il primo ministro albanese invita gli imprenditori italiani ad investire in Albania perchè le tasse sono al 15% e non ci sono i sindacati.
Nel caso qualcuno avesse ancora dei dubbi, il neo candidato all'ingresso nella UE ci ricorda in tal modo i principi sui quali si basa il più grande mercato interno del mondo.
Che Edi Rama sia il segretario del Partito Socialista d'Albania, poi, non può certo scandalizzare chi ha appena assistito alla cancellazione dell'art.18 dello Statuto dei Lavoratori ad opera del segretario del partito erede del Partito Comunista Italiano.
Come l'Unione Europea intenda l'integrazione europea ce lo evidenzia, inoltre, la nuova legge sull'iva sugli acquisti digitali ( quindi beni non materiali ) effettuati in paesi esteri aderenti alla UE, che entrerà anch'essa in vigore il 1 gennaio 2015.
In base alla nuova legge, al consumatore finale sarà applicata l'aliquota iva del paese in cui è residente e non più quella del paese di residenza dell'impresa che vende il servizio o bene digitale.
Vengono così tutelati sia i governi che hanno deciso di spremere con una tassazione non progressiva i propri cittadini, sia i governi che praticano dumping fiscale, non comportando questa norma nessuna variazione nelle aliquote fiscali praticate all'imprese residenti in paradisi fiscali dell'Unione.
Buon anno a tutti!
mercoledì 24 dicembre 2014
venerdì 19 dicembre 2014
Questioni sull'allargamento dell'Unione Europea
Devo ammetterlo: non mi è facile collocare geograficamente, storicamente e geopoliticamente rispetto all'Europa due paesi come l'Ucraina e la Turchia. Spontaneamente, sulla scorta degli ormai lontanissimi studi di geografia, direi che la Turchia è in Asia e l'Ucraina in Europa ( dato confermato anche dalla classificazione dell'ONU ). Quanto senta intimamente europea l'Ucraina ( il cui nome pare possa significare "sul confine" ) devo confessare, sinceramente non lo so, senza voler scomodare valutazioni di tipo culturale e storico.
Quel che è certo è che entrambi i paesi sono attualmente ai margini dell'Unione Europea, fuori da essa, ma desiderosi di entrarvi.
La Turchia è un paese candidato all'ingresso dal 1999 ( nel 1995 la Turchia firmò un trattato di adesione doganale come premessa all'adesione), avendo in corso ufficiali negoziati di adesione all'Unione. I negoziati vivono da sempre fasi alterne e si sono bloccati, per l'ennesima volta, nell'estate del 2014 sui capitoli 17 ( politica economica e monetaria), 15 ( Energia ) e 26 (istruzione e cultura).
L'Ucraina, invece, ha firmato nel giugno del 2014, gli Accordi di Associazione con l'Unione Europea e un'intesa commerciale. Questi accordi definiscono una crescente collaborazione politica e una progressiva integrazione e liberalizzazione negli scambi commerciali ( la cui applicazione è stata rinviata al gennaio 2016).
I suddetti accordi ufficialmente non sono introduttivi all'adesione essendo uno strumento nuovo, adottato per definire i rapporti tra l'Unione e alcune ex Repubbliche Sovietiche ( Ucraina, Georgia, Moldova, con Bielorussia, Armenia ed Azerbaigian "candidati"). Certo è che il presidente ucraino Poroshenko a settembre 2014 ha dichiarato che l'Ucraina presenterà ufficialmente la sua richiesta d'adesione all'Unione Europea nel 2020.
Altrettanto chiaro è che l'opinione che i partiti di governo di questi due paesi hanno verso la libertà di stampa è molto poco evoluta.
Domenica 14 dicembre 27 giornalisti turchi del gruppo editoriale Zaman sono stati arrestati perchè accusati di minacciare la sicurezza nazionale. Il gruppo Zaman è vicino al predicatore religioso Fetullah Gullen,ex alleato, da qualche anno avversario dichiarato di Erdogan ed esiliato negli Stati Uniti.
Il presidente turco ha risposto alle critiche internazionali, dichiarando che gli arresti sono avvenuti in un quadro perfettamente legale, invitando i critici ( tra cui l'Unione Europea) a non intervenire in affari interni turchi.
Il fatto stesso che sia intervenuto il presidente, piuttosto che il responsabile della sicurezza nazionale, cioè il Ministro degli Interni, conferma l'idea che dietro questi arresti ci sia una lotta di potere tra Erdogan e i suoi oppositori, di cui questi arresti sono solo un episodio.
Registriamo che secondo CPJ ( Commitee to Protect Journalists - una organizzazione no-profit che si batte per la libertà di stampa ) la Turchia nel 2012 e nel 2013 è stata "la più grande prigione per i giornalisti".
Ai primi di dicembre l'Ucraina si è dotata di un nuovo ministero, il Ministero dell'Informazione, al cui capo è stato posto Yurij Stets, già capo del dipartimento sulla sicurezza d'informazione della Guardia Nazionale.
La nomina del nuovo Ministro è avvenuta in un Parlamento blindato, essendo passata con una votazione che riguardava l'intero Governo e non il solo nuovo Ministro. Un artificio che non può non ricordare l'uso della questione di fiducia italiana.
La motivazione ufficiale per la nascita del nuovo Ministero ( in realtà esisteva già sotto il precedente presidente Leonid Kuchma) è di poter condurre ad armi pari la guerra mediatica con la Russia, che condiziona la vita politica dello stato ucraino. Che si tratti di guerra, e non solo d'informazione, lo dimostra il profilo professionale del nuovo Ministro. Difficile sostenere che il Ministero dell'Informazione possa coesistere con un sistema democratico. Difficile pensare che i poteri, ancora incerti, del nuovo dicastero siano usati solo verso la propaganda proveniente dall'estero e non anche verso gli organi d'informazione informazione interna.
Al momento non sappiamo come finiranno le procedure di adesione dei due paesi, ma l'esperienza appresa dalla gestione della crisi economica ci insegna che niente in Europa sembra funzionare meglio del pilota automatico dell'Unione Europea.
In ogni caso consiglieremmo ai due aspiranti di affrettarsi. L'Unione si vanta di aver garantito la pace tra i paesi membri, facendone un caposaldo della sua propaganda; le prospettive di pace dei due paesi ( Crimea, separatismo russofono, i curdi e l'Isis) abbisognerebbero dei poteri taumaturgici della UE.
Quel che è certo è che entrambi i paesi sono attualmente ai margini dell'Unione Europea, fuori da essa, ma desiderosi di entrarvi.
La Turchia è un paese candidato all'ingresso dal 1999 ( nel 1995 la Turchia firmò un trattato di adesione doganale come premessa all'adesione), avendo in corso ufficiali negoziati di adesione all'Unione. I negoziati vivono da sempre fasi alterne e si sono bloccati, per l'ennesima volta, nell'estate del 2014 sui capitoli 17 ( politica economica e monetaria), 15 ( Energia ) e 26 (istruzione e cultura).
L'Ucraina, invece, ha firmato nel giugno del 2014, gli Accordi di Associazione con l'Unione Europea e un'intesa commerciale. Questi accordi definiscono una crescente collaborazione politica e una progressiva integrazione e liberalizzazione negli scambi commerciali ( la cui applicazione è stata rinviata al gennaio 2016).
I suddetti accordi ufficialmente non sono introduttivi all'adesione essendo uno strumento nuovo, adottato per definire i rapporti tra l'Unione e alcune ex Repubbliche Sovietiche ( Ucraina, Georgia, Moldova, con Bielorussia, Armenia ed Azerbaigian "candidati"). Certo è che il presidente ucraino Poroshenko a settembre 2014 ha dichiarato che l'Ucraina presenterà ufficialmente la sua richiesta d'adesione all'Unione Europea nel 2020.
Altrettanto chiaro è che l'opinione che i partiti di governo di questi due paesi hanno verso la libertà di stampa è molto poco evoluta.
Domenica 14 dicembre 27 giornalisti turchi del gruppo editoriale Zaman sono stati arrestati perchè accusati di minacciare la sicurezza nazionale. Il gruppo Zaman è vicino al predicatore religioso Fetullah Gullen,ex alleato, da qualche anno avversario dichiarato di Erdogan ed esiliato negli Stati Uniti.
Il presidente turco ha risposto alle critiche internazionali, dichiarando che gli arresti sono avvenuti in un quadro perfettamente legale, invitando i critici ( tra cui l'Unione Europea) a non intervenire in affari interni turchi.
Il fatto stesso che sia intervenuto il presidente, piuttosto che il responsabile della sicurezza nazionale, cioè il Ministro degli Interni, conferma l'idea che dietro questi arresti ci sia una lotta di potere tra Erdogan e i suoi oppositori, di cui questi arresti sono solo un episodio.
Registriamo che secondo CPJ ( Commitee to Protect Journalists - una organizzazione no-profit che si batte per la libertà di stampa ) la Turchia nel 2012 e nel 2013 è stata "la più grande prigione per i giornalisti".
Ai primi di dicembre l'Ucraina si è dotata di un nuovo ministero, il Ministero dell'Informazione, al cui capo è stato posto Yurij Stets, già capo del dipartimento sulla sicurezza d'informazione della Guardia Nazionale.
La nomina del nuovo Ministro è avvenuta in un Parlamento blindato, essendo passata con una votazione che riguardava l'intero Governo e non il solo nuovo Ministro. Un artificio che non può non ricordare l'uso della questione di fiducia italiana.
La motivazione ufficiale per la nascita del nuovo Ministero ( in realtà esisteva già sotto il precedente presidente Leonid Kuchma) è di poter condurre ad armi pari la guerra mediatica con la Russia, che condiziona la vita politica dello stato ucraino. Che si tratti di guerra, e non solo d'informazione, lo dimostra il profilo professionale del nuovo Ministro. Difficile sostenere che il Ministero dell'Informazione possa coesistere con un sistema democratico. Difficile pensare che i poteri, ancora incerti, del nuovo dicastero siano usati solo verso la propaganda proveniente dall'estero e non anche verso gli organi d'informazione informazione interna.
Al momento non sappiamo come finiranno le procedure di adesione dei due paesi, ma l'esperienza appresa dalla gestione della crisi economica ci insegna che niente in Europa sembra funzionare meglio del pilota automatico dell'Unione Europea.
In ogni caso consiglieremmo ai due aspiranti di affrettarsi. L'Unione si vanta di aver garantito la pace tra i paesi membri, facendone un caposaldo della sua propaganda; le prospettive di pace dei due paesi ( Crimea, separatismo russofono, i curdi e l'Isis) abbisognerebbero dei poteri taumaturgici della UE.
domenica 7 dicembre 2014
La vane speranze di Mr. "Whatever it takes"
Giovedì 4 dicembre il Consiglio Direttivo della Banca Centrale Europea ( cioè il consiglio dei presidenti delle banche centrali dei paesi aderenti all'Unione Monetaria più il Presidente stesso, il suo Vice ed altri quattro membri) si è riunita per discutere, secondo le dichiarazioni del Presidente stesso Mario Draghi " dell'acquisto di titoli di Stato e di altre attività".
La conclusione è stata che " su questa ipotesi serva ancora lavoro" , ma rimane "lo studio delle nuove misure". ( tra virgolette le dichiarazioni di Draghi).
Ho cercato sui mass-media qualche spiegazione più precisa, ma sembra che l'interesse sia concentrato sul duello all'interno del Direttivo tra varie posizioni e non sulla spiegazione ai lettori di quali temi siano stati realmente affrontati. Come sempre il focus dei mass-.media è sulla cornice e non sul soggetto del quadro, banalizzando immancabilmente ogni argomento.
In pratica ci dicono quello che sappiamo già e non ci dicono quello che non sappiamo ancora.
Così c'è chi ci spiega che quando ci sarà l'intervento non sarà direttamente sui Titoli di Stato di nuova emissione. Essendo la BCE la Banca Centrale di uno StatoCheNonEsiste e rispondendo al principio dell'indipendenza dalla politica, mai ci saremmo aspettati che la BCE intendesse acquistare in emissione titoli di Paesi Membri, finanziando il loro debito e scatenando la guerra tra i paesi membri sulla legittimità di questo "aiuto di stato".
C'è chi ci delinea gli possibili scenari di crescente competitività delle merci tedesche sui mercati internazionali, offerta come moneta di scambio per vincere l'obiezione della Buba alle prossime mosse di Draghi. Due osservazioni al riguardo: in primo luogo, accettando la trattativa in questi termini con i tedeschi, si legittima chi pensa che Draghi agisca per salvare i paesi mediterranei, mentre la deflazione è un problema europeo.
Secondariamente, apprendendo che esiste uno yen debole, a causa delle manovre della Bank of Japan, e che, come si diceva prima, l'export tedesco vedrebbe di buon occhio un'Euro più debole, abbiamo la conferma che la svalutazione è brutta solo quando la faceva l'Italietta. E che solo quando riguarda l'Italia si chiama "competitiva", lasciando intendere un subdolo secondo fine italico che invece gli altri non hanno.
Però non c'è nessuno che ci spieghi cosa sia il Quantitative Easing, per cui siamo andati alla fonte ( o almeno una di quelle possibili) e ce lo siamo fatti spiegare dalla Bank of England.
Al di là dei tecnicismi, consultando anche il sito della FED abbiamo capito che sostanzialmente il QE rientra tra le operazioni di Mercato Aperto , con la differenza rispetto alle operazioni tradizionali che il denaro arriva direttamente sul mercato ( a istituzioni come fondi pensione, compagnie assicurative e anche banche) e non attraverso fondi messi a disposizione dalla Banca Centrale alle banche e che il tipo di titoli interessati può andare oltre i titoli di stato.
In sostanza, ciò che nessun mass-media dice è che tutto ciò serve a creare denaro. La cosa era evidente da subito, ma nessuno lo dice, si preferisce parlare di inflazione, di tasso di cambio, senza far menzione a come ci si arriva. In Italia, per gli euristi monetaristi alle vongole creare denaro è un tabù, perchè è sempre stato attribuito come vizio accessorio ai sostenitori dell'uscita dall'euro.
Bene, il QE crea denaro. Ma l'inflazione, che Draghi vuole riportare al target del 2%?
Ci facciamo aiutare da Paul Krugman per capire l'effetto esistente tra moneta ed inflazione. In "Fuori da questa crisi, adesso" leggiamo: "Le imprese non decidono di alzare i prezzi perchè l'offerta monetaria è aumentata; lo fanno perché è cresciuta la domanda relativa dei loro prodotti e sono convinte di poterlo fare senza perdere troppe vendite". Lo stesso vale per i lavoratori e il prezzo del loro lavoro ( gli stipendi). Insomma, Krugman afferma:" Se non c'è boom ( domanda - n.d.a.), non c'è inflazione; se l'economia rimane depressa, non ha senso preoccuparsi per le conseguenza inflazionistiche della creazione della moneta".
Si, però, direte voi, Krugman è un keynesiano, è normale che dica queste cose.
Infatti, come affermano Papadia e Santini ( in "La Banca Centrale Europea") il dibattito sugli effetti che legano l'aumento della massa monetaria e livello dei prezzi è in corso dagli anni '30 e contrappone i monetaristi che "sostengono che l'effetto sui prezzi è rapido ( o addirittura immediato), completo e universale", mentre "i keynesiani controbattono che l'effetto è lento, incompleto e dipende dalle condizioni in cui si trova l'economia".
La mia imbarazzante ingenuità ( fortunatamente condivisa) mi ricorda che le teorie keynesiane hanno fatto uscire il mondo dalla Grande Depressione del 1929 però non è in grado di spiegarmi perchè non si debbano applicarle ancora di fronte alla Più Grande Depressione.
Ma alla fine, il Quantitative Easing, dove è stato applicato, ha portato gli effetti che Draghi si aspetta?
Martin Feldstein, sulla base dell'esperienza statunitense, sostiene di no.
La conclusione è stata che " su questa ipotesi serva ancora lavoro" , ma rimane "lo studio delle nuove misure". ( tra virgolette le dichiarazioni di Draghi).
Ho cercato sui mass-media qualche spiegazione più precisa, ma sembra che l'interesse sia concentrato sul duello all'interno del Direttivo tra varie posizioni e non sulla spiegazione ai lettori di quali temi siano stati realmente affrontati. Come sempre il focus dei mass-.media è sulla cornice e non sul soggetto del quadro, banalizzando immancabilmente ogni argomento.
In pratica ci dicono quello che sappiamo già e non ci dicono quello che non sappiamo ancora.
Così c'è chi ci spiega che quando ci sarà l'intervento non sarà direttamente sui Titoli di Stato di nuova emissione. Essendo la BCE la Banca Centrale di uno StatoCheNonEsiste e rispondendo al principio dell'indipendenza dalla politica, mai ci saremmo aspettati che la BCE intendesse acquistare in emissione titoli di Paesi Membri, finanziando il loro debito e scatenando la guerra tra i paesi membri sulla legittimità di questo "aiuto di stato".
C'è chi ci delinea gli possibili scenari di crescente competitività delle merci tedesche sui mercati internazionali, offerta come moneta di scambio per vincere l'obiezione della Buba alle prossime mosse di Draghi. Due osservazioni al riguardo: in primo luogo, accettando la trattativa in questi termini con i tedeschi, si legittima chi pensa che Draghi agisca per salvare i paesi mediterranei, mentre la deflazione è un problema europeo.
Secondariamente, apprendendo che esiste uno yen debole, a causa delle manovre della Bank of Japan, e che, come si diceva prima, l'export tedesco vedrebbe di buon occhio un'Euro più debole, abbiamo la conferma che la svalutazione è brutta solo quando la faceva l'Italietta. E che solo quando riguarda l'Italia si chiama "competitiva", lasciando intendere un subdolo secondo fine italico che invece gli altri non hanno.
Però non c'è nessuno che ci spieghi cosa sia il Quantitative Easing, per cui siamo andati alla fonte ( o almeno una di quelle possibili) e ce lo siamo fatti spiegare dalla Bank of England.
Al di là dei tecnicismi, consultando anche il sito della FED abbiamo capito che sostanzialmente il QE rientra tra le operazioni di Mercato Aperto , con la differenza rispetto alle operazioni tradizionali che il denaro arriva direttamente sul mercato ( a istituzioni come fondi pensione, compagnie assicurative e anche banche) e non attraverso fondi messi a disposizione dalla Banca Centrale alle banche e che il tipo di titoli interessati può andare oltre i titoli di stato.
In sostanza, ciò che nessun mass-media dice è che tutto ciò serve a creare denaro. La cosa era evidente da subito, ma nessuno lo dice, si preferisce parlare di inflazione, di tasso di cambio, senza far menzione a come ci si arriva. In Italia, per gli euristi monetaristi alle vongole creare denaro è un tabù, perchè è sempre stato attribuito come vizio accessorio ai sostenitori dell'uscita dall'euro.
Bene, il QE crea denaro. Ma l'inflazione, che Draghi vuole riportare al target del 2%?
Ci facciamo aiutare da Paul Krugman per capire l'effetto esistente tra moneta ed inflazione. In "Fuori da questa crisi, adesso" leggiamo: "Le imprese non decidono di alzare i prezzi perchè l'offerta monetaria è aumentata; lo fanno perché è cresciuta la domanda relativa dei loro prodotti e sono convinte di poterlo fare senza perdere troppe vendite". Lo stesso vale per i lavoratori e il prezzo del loro lavoro ( gli stipendi). Insomma, Krugman afferma:" Se non c'è boom ( domanda - n.d.a.), non c'è inflazione; se l'economia rimane depressa, non ha senso preoccuparsi per le conseguenza inflazionistiche della creazione della moneta".
Si, però, direte voi, Krugman è un keynesiano, è normale che dica queste cose.
Infatti, come affermano Papadia e Santini ( in "La Banca Centrale Europea") il dibattito sugli effetti che legano l'aumento della massa monetaria e livello dei prezzi è in corso dagli anni '30 e contrappone i monetaristi che "sostengono che l'effetto sui prezzi è rapido ( o addirittura immediato), completo e universale", mentre "i keynesiani controbattono che l'effetto è lento, incompleto e dipende dalle condizioni in cui si trova l'economia".
La mia imbarazzante ingenuità ( fortunatamente condivisa) mi ricorda che le teorie keynesiane hanno fatto uscire il mondo dalla Grande Depressione del 1929 però non è in grado di spiegarmi perchè non si debbano applicarle ancora di fronte alla Più Grande Depressione.
Ma alla fine, il Quantitative Easing, dove è stato applicato, ha portato gli effetti che Draghi si aspetta?
Martin Feldstein, sulla base dell'esperienza statunitense, sostiene di no.
venerdì 5 dicembre 2014
Sulla fiducia ovvero riflessioni sul Jobs Act
Ieri il Senato ha approvato con Atto 1428-B la "Delega Lavoro", quello che viene comunemente chiamato dal Governo e dalla stampa il "Jobs Act" ( chissà poi perchè in inglese?).
Alcune riflessioni e precisazioni:
1) si tratta di una Legge Delega, cioè di un provvedimento del Parlamento che concede per un tempo limitato il potere legislativo al Governo. In forza di questo atto, il Governo ha non più soltanto, come in condizioni normali, la possibilità di avviare iniziative di legge presentando dei disegni di legge al Parlamento o di legiferare d'urgenza ( decreti legge) salvo poi conversione da parte del Parlamento.
L'art. 76 della Costituzione Italiana recita:"L'esercizio della funzione legislativa non può essere delegato al Governo se non con determinazione di principi e criteri direttivi e soltanto per tempo limitato e per oggetti definiti". Fino a qui ci siamo, credo, salvo ripromettermi nei prossimi giorni di leggermi il dettaglio del testo per verificare se rispetta i criteri entro il quale la delega va fornita.
Faccio notare che l'iniziativa della Legge Delega nasce dal Governo stesso, essendo presentatori della stessa il Presidente del Consiglio Renzi e il Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali Giuliano Poletti.
In pratica il governo dice al parlamento: ti chiedo il permesso di fare leggi al posto tuo, però ti dico io come darmi questo permesso, cosa metterci dentro. Non è costituzionalmente vietato, però questa pratica si evidenzia come una forzatura evidente del ruolo del governo (funzione esecutiva) a scapito del parlamento (funzione legislativa), al quale si mettono le parole in bocca.
2) la "Delega Lavoro" viene approvata in via definitiva al Senato, dopo essere sottoposta al voto di fiducia, dopo che, fino a pochi giorni fa, dopo la riunione di direzione del PD, il Governo aveva escluso il suo utilizzo.
Risultato della votazione: 166 favorevoli, 122 contrari e 1 astenuto.
3) la fiducia è regolata dall'art. 94 della Costituzione, il quale afferma: " Il Governo deve avere la fiducia delle due Camere. Ciascuna Camera accorda o revoca la fiducia mediante mozione motivata e votata per appello nominale. ...".
Nelle democrazie parlamentari si tratta di un atto, formale o informale, con il quale il Parlamento esprime il suo governo e ne controlla il funzionamento. Un Governo che non ottiene la fiducia o al quale è stata revocata, non può rimanere in carica.
Ma nel corso della pratica parlamentare la fiducia viene posta dal Governo quale atto "accessorio" di leggi ritenute importanti dal Governo stesso: se non viene approvata la legge su cui è espressa la questione di fiducia, per analogia è come se il Governo venisse sfiduciato. Il Parlamento si assume la responsabilità di far cadere il Governo per un disaccordo su uno specifico atto politico.
Di fatto la funzione dell'istituto della fiducia risulta capovolta: il Governo mette nell'angolo il Parlamento, da forma di controllo la fiducia diventa forma di sottomissione.
Nonostante la sua rilevanza nelle vita politico-parlamentare, la questione di fiducia non è costituzionalmente prevista, ma è una prassi consolidatasi nel tempo e in seguito inquadrata dai regolamenti della Camera e del Senato.
Concepita e praticata in questo modo, la fiducia contraddice lo stesso dettato costituzionale che, ancora all'art. 94.4, afferma: " Il voto contrario di una o d'entrambe le Camere su una proposta del Governo non importa obbligo di dimissioni".
E' ammesso un disaccordo tra Parlamento e Governo su singole leggi; il voto contrario su una iniziativa del Governo, dopo che questo ha ottenuto la fiducia, non ne comporta la caduta.. L'applicazione della fiducia secondo i Regolamenti delle Camere, invece si.
Ricapitolando: il governo chiede al parlamento di affidargli il potere di fare le leggi, lo fa scrivendo lui stesso il testo della legge con la quale questo potere gli viene concesso e, per assicurarsi l'approvazione secondo i propri voleri, usa un atto, nato affinchè il parlamento potesse controllare il potere esecutivo, come una blindatura alla discussione, trasformando un giudizio su uno specifico atto legislativo in un giudizio complessivo sull'operato del Governo.
Così fa la riforma del lavoro il governo Renzi. Ora aspettiamo i decreti delegati.
Alcune riflessioni e precisazioni:
1) si tratta di una Legge Delega, cioè di un provvedimento del Parlamento che concede per un tempo limitato il potere legislativo al Governo. In forza di questo atto, il Governo ha non più soltanto, come in condizioni normali, la possibilità di avviare iniziative di legge presentando dei disegni di legge al Parlamento o di legiferare d'urgenza ( decreti legge) salvo poi conversione da parte del Parlamento.
L'art. 76 della Costituzione Italiana recita:"L'esercizio della funzione legislativa non può essere delegato al Governo se non con determinazione di principi e criteri direttivi e soltanto per tempo limitato e per oggetti definiti". Fino a qui ci siamo, credo, salvo ripromettermi nei prossimi giorni di leggermi il dettaglio del testo per verificare se rispetta i criteri entro il quale la delega va fornita.
Faccio notare che l'iniziativa della Legge Delega nasce dal Governo stesso, essendo presentatori della stessa il Presidente del Consiglio Renzi e il Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali Giuliano Poletti.
In pratica il governo dice al parlamento: ti chiedo il permesso di fare leggi al posto tuo, però ti dico io come darmi questo permesso, cosa metterci dentro. Non è costituzionalmente vietato, però questa pratica si evidenzia come una forzatura evidente del ruolo del governo (funzione esecutiva) a scapito del parlamento (funzione legislativa), al quale si mettono le parole in bocca.
2) la "Delega Lavoro" viene approvata in via definitiva al Senato, dopo essere sottoposta al voto di fiducia, dopo che, fino a pochi giorni fa, dopo la riunione di direzione del PD, il Governo aveva escluso il suo utilizzo.
Risultato della votazione: 166 favorevoli, 122 contrari e 1 astenuto.
3) la fiducia è regolata dall'art. 94 della Costituzione, il quale afferma: " Il Governo deve avere la fiducia delle due Camere. Ciascuna Camera accorda o revoca la fiducia mediante mozione motivata e votata per appello nominale. ...".
Nelle democrazie parlamentari si tratta di un atto, formale o informale, con il quale il Parlamento esprime il suo governo e ne controlla il funzionamento. Un Governo che non ottiene la fiducia o al quale è stata revocata, non può rimanere in carica.
Ma nel corso della pratica parlamentare la fiducia viene posta dal Governo quale atto "accessorio" di leggi ritenute importanti dal Governo stesso: se non viene approvata la legge su cui è espressa la questione di fiducia, per analogia è come se il Governo venisse sfiduciato. Il Parlamento si assume la responsabilità di far cadere il Governo per un disaccordo su uno specifico atto politico.
Di fatto la funzione dell'istituto della fiducia risulta capovolta: il Governo mette nell'angolo il Parlamento, da forma di controllo la fiducia diventa forma di sottomissione.
Nonostante la sua rilevanza nelle vita politico-parlamentare, la questione di fiducia non è costituzionalmente prevista, ma è una prassi consolidatasi nel tempo e in seguito inquadrata dai regolamenti della Camera e del Senato.
Concepita e praticata in questo modo, la fiducia contraddice lo stesso dettato costituzionale che, ancora all'art. 94.4, afferma: " Il voto contrario di una o d'entrambe le Camere su una proposta del Governo non importa obbligo di dimissioni".
E' ammesso un disaccordo tra Parlamento e Governo su singole leggi; il voto contrario su una iniziativa del Governo, dopo che questo ha ottenuto la fiducia, non ne comporta la caduta.. L'applicazione della fiducia secondo i Regolamenti delle Camere, invece si.
Ricapitolando: il governo chiede al parlamento di affidargli il potere di fare le leggi, lo fa scrivendo lui stesso il testo della legge con la quale questo potere gli viene concesso e, per assicurarsi l'approvazione secondo i propri voleri, usa un atto, nato affinchè il parlamento potesse controllare il potere esecutivo, come una blindatura alla discussione, trasformando un giudizio su uno specifico atto legislativo in un giudizio complessivo sull'operato del Governo.
Così fa la riforma del lavoro il governo Renzi. Ora aspettiamo i decreti delegati.
domenica 30 novembre 2014
Il XV Congresso del Front National
Sabato 29 e domenica 30 novembre si è tenuto a Lione il XV Congresso del Front National.
Gli avvenimenti più importanti di questo congresso sono stati: l'elezione del nuovo Comitato Centrale e di altri organi del partito, la rielezione del Presidente del partito in carica e la presenza di alcuni ospiti politici stranieri.
Gli organi politici del partito erano stati scelti in precedenza in occasione del XIV Congresso svoltosi a gennaio del 2011, quello noto per la consacrazione di Marine Le Pen e della nascita del "secondo Front National".
Il FN ha attualmente 83.000 aderenti, notevolmente accresciuti rispetto ai 23.000 di tre anni fa. Possono votare solo gli aderenti che sono in regola con la quota d'iscrizione, pari, secondo i dati forniti dal vice-presidente con delega agli affari legali Jean-Francois Jalkh, a circa 42.100 iscritti.
Gli aderenti votano in maniera diretta, per corrispondenza, sia per il Comitato Centrale che per il Presidente.
Il FN non ha correnti interne, nè sono state presentate mozioni di minoranza in questa occasione, per cui l'elezione del Comitato Centrale ( 100 eletti scelti da una rosa di 400 candidati) ha anche rappresentato un indicatore della popolarità presso la base delle personalità del partito più in vista.
Era difficile non vivere questo momento come una gara tra la giovane Marion Maréchal-Le Pen ( nipote del fondatore Jean Marie Le Pen e figlia della sorella di Marine Le Pen ) e il braccio destro di Marine Le Pen e vice-presidente del partito Florian Philippot.
La divergenza delle loro opinioni ( definita "nuances") poggia su una visione della giovane Marion più liberista in economia e più conservatrice in materia sociale rispetto alla linea ufficiale del partito, mentre Philippot incarna una visione post-chevènementista ( dal nome di Jean-Pierre Chevènement, uomo politico francese passato da posizioni socialiste a altre di progressismo radicale fino a tesi prossime al gaullismo. E' sempre stato contrario all'Unione Europea. La diaspora del partito da lui fondato ha interessato anche il Front National), "nazional-repubblicana", anti-euro e anti-Unione e vicine al gaullismo (vicinanza peraltro rifiutata dall'UMP).
La prima posizione ottenuta da Marion Maréchal-Le Pen ( contro il quarto posto di Philippot) ha sicuramente rafforzato la sua influenza anche e soprattutto a seguito della nomina di Nicolas Bay (che condivide con lei molte posizioni) a segretario generale del partito, quindi il capo dell'organizzazione che, tramite la nomina dei segretari dipartimentali, controlla la base organizzativa del partito stesso.
Al di là di questa apparente e (limitata) sconfitta di Marine Le Pen, ad un esame più attento, si può sostenere che questo congresso ha rafforzato le posizioni della Presidente, con un ricambio radicale del personale del partito a lei favorevole.
Soprattutto ad essere ridimensionato è Bruno Gollnisch, sfidante della Le Pen nel 2011, arrivato quinto nell'elezione del CC, ma i cui sostenitori sono stati spazzati via. Risultato sorprendente soprattutto alla luce del fatto che Gollnisch poteva vantare una presenza nel vecchio comitato centrale pari al 45% e che è stato l'unico a presentare una propria lista di candidati.
Un altro segnale importante è il pessimo risultato ottenuto da Alain Jamet, cofondatore del partito, che deve abbandonare la carica di vice presidente.
Confermati Steve Briois, che ottiene anche la carica di vice-presidente agli esecutivi locali e all'inquadramento e il compagno di Marine Le Pen, Louis Aliot ( arrivato secondo nelle elezioni al CC) che ottiene da vice-presidente il dossier degli eletti e della formazione.
Tra i due sfidanti su cui i media hanno puntato la loro attenzione, bisogna ricordare che Marion Maréchal-Le Pen si è rifiutata di assumere incarichi nell'Ufficio Esecutivo, onde evitare accuse di familismo soprattutto da parte degli avversari. mentre Philippot ha mantenuto la vice-presidenza con delega alla strategia e alla comunicazione.
D'altronde che Marine Le Pen dovesse rafforzare le sue posizioni, soprattutto organizzative, era condizione necessaria per guidare il partito attraverso i prossimi appuntamenti elettorali del 2015 ( dipartimenti e regioni) fino all'appuntamento delle presidenziali nel 2017, elezioni delle quali la Le Pen dichiara già spavaldamente che il FN parteciperà al ballottaggio.
L'influenza dell'anziano Jean-Marie Le Pen, presente in tutti gli organi del partito in qualità di Presidente Onorario, è talvolta sopravvalutata, soprattutto per la capacità del fondatore di coinvolgere emotivamente la base, ma trova limitata espressione tra i quadri del partito.
Come era assolutamente fuori discussione ( non erano presenti candidature alternative) , Marine Le Pen è stata rieletta Presidente con 22.329 voti e solo 17 schede nulle.
Nel discorso di chiusura del congresso Marine Le Pen ha fatto ricorso a toni decisi, talvolta visionari, ma molto attenti, collocando il suo partito dentro la storia e la cultura della Repubblica Francese. Ha difeso gli ideali di una Repubblica una e indivisibile, sociale e laica, valori disattesi dai gollisti dell'UMP e dai socialisti del PS, mai nominati separatamente a voler sottolineare la loro identità di vedute e di responsabilità. Ha addossato ad altri l'accusa di estremismo, posizionando il FN come baluardo dell'ultrastatalismo e dell'ultraliberismo.
Non ha mancato infine di fare richiami all'insicurezza e all'immigrazione.
Infine, il Congresso è stata l'occasione per un incontro con esponenti stranieri di partiti alleati al FN, ospitati come oratori al congresso. La maggioranza di questi sono partiti dell'estrema destra alleati del FN nella battaglia dentro e contro le istituzioni europee. Particolare importanza ha avuto la presenza di Andrei Issaiev, vice-presidente della Duma russa e membro di Russia Unita, il partito di Vladimir Putin. La relazione tra i due partiti è recente e questa era la prima volta di un ospite russo ad un congresso del Front National. Issaiev ha attaccato i burocrati dell'Unione Europea," burattini degli Stati Uniti", denunciato il "colpo di stato anticostituzionale" in atto in Ucraina e le sanzioni commerciali contro la Russia e ricordato l'alleanza di vecchia data tra la Francia e la Russia.
Marine Le Pen ha approfittato dell'occasione per chiarire che per il FN l'Europa va dall'Atlantico agli Urali e non dagli Stati Uniti a Bruxelles.
Tutti gli interventi degli altri ospiti ( Matteo Salvini della Lega Nord,Geert Wilders del PVV olandese, Hans-Christian Strache del FPO austriaco, Philip Clays del Vlaams Belang fiammingo, Jiri Janecek del OK Strana ceco e Krasimir Karakachanov del VMRO bulgaro) si sono caratterizzati per un forte antiamericanismo, una russofilia accentuata e una decisa opposizione all'immigrazione.
Da ricordare che il 23 novembre il FN ha ricevuto un finanziamento di 9 milioni di euro dalla filiale russa della First Czech-Russian Bank.
Secondo Mediapart, Cotélec, un micro partito di proprietà di Jean Marie Le Pen, avrebbe beneficiato in aprile di 2 milioni di euro provenienti da un conto cipriota e depositati su un conto svizzero.Il conto cipriota è riconducibile a Yuri Kudimov, ex agente del KGB, riconvertitosi banchiere dentro la banca statale russa VEB Capital.
Il legame tra Russia e FN dimostra così di essere piuttosto radicato.
Gli avvenimenti più importanti di questo congresso sono stati: l'elezione del nuovo Comitato Centrale e di altri organi del partito, la rielezione del Presidente del partito in carica e la presenza di alcuni ospiti politici stranieri.
Gli organi politici del partito erano stati scelti in precedenza in occasione del XIV Congresso svoltosi a gennaio del 2011, quello noto per la consacrazione di Marine Le Pen e della nascita del "secondo Front National".
Il FN ha attualmente 83.000 aderenti, notevolmente accresciuti rispetto ai 23.000 di tre anni fa. Possono votare solo gli aderenti che sono in regola con la quota d'iscrizione, pari, secondo i dati forniti dal vice-presidente con delega agli affari legali Jean-Francois Jalkh, a circa 42.100 iscritti.
Gli aderenti votano in maniera diretta, per corrispondenza, sia per il Comitato Centrale che per il Presidente.
Il FN non ha correnti interne, nè sono state presentate mozioni di minoranza in questa occasione, per cui l'elezione del Comitato Centrale ( 100 eletti scelti da una rosa di 400 candidati) ha anche rappresentato un indicatore della popolarità presso la base delle personalità del partito più in vista.
Era difficile non vivere questo momento come una gara tra la giovane Marion Maréchal-Le Pen ( nipote del fondatore Jean Marie Le Pen e figlia della sorella di Marine Le Pen ) e il braccio destro di Marine Le Pen e vice-presidente del partito Florian Philippot.
La divergenza delle loro opinioni ( definita "nuances") poggia su una visione della giovane Marion più liberista in economia e più conservatrice in materia sociale rispetto alla linea ufficiale del partito, mentre Philippot incarna una visione post-chevènementista ( dal nome di Jean-Pierre Chevènement, uomo politico francese passato da posizioni socialiste a altre di progressismo radicale fino a tesi prossime al gaullismo. E' sempre stato contrario all'Unione Europea. La diaspora del partito da lui fondato ha interessato anche il Front National), "nazional-repubblicana", anti-euro e anti-Unione e vicine al gaullismo (vicinanza peraltro rifiutata dall'UMP).
La prima posizione ottenuta da Marion Maréchal-Le Pen ( contro il quarto posto di Philippot) ha sicuramente rafforzato la sua influenza anche e soprattutto a seguito della nomina di Nicolas Bay (che condivide con lei molte posizioni) a segretario generale del partito, quindi il capo dell'organizzazione che, tramite la nomina dei segretari dipartimentali, controlla la base organizzativa del partito stesso.
Al di là di questa apparente e (limitata) sconfitta di Marine Le Pen, ad un esame più attento, si può sostenere che questo congresso ha rafforzato le posizioni della Presidente, con un ricambio radicale del personale del partito a lei favorevole.
Soprattutto ad essere ridimensionato è Bruno Gollnisch, sfidante della Le Pen nel 2011, arrivato quinto nell'elezione del CC, ma i cui sostenitori sono stati spazzati via. Risultato sorprendente soprattutto alla luce del fatto che Gollnisch poteva vantare una presenza nel vecchio comitato centrale pari al 45% e che è stato l'unico a presentare una propria lista di candidati.
Un altro segnale importante è il pessimo risultato ottenuto da Alain Jamet, cofondatore del partito, che deve abbandonare la carica di vice presidente.
Confermati Steve Briois, che ottiene anche la carica di vice-presidente agli esecutivi locali e all'inquadramento e il compagno di Marine Le Pen, Louis Aliot ( arrivato secondo nelle elezioni al CC) che ottiene da vice-presidente il dossier degli eletti e della formazione.
Tra i due sfidanti su cui i media hanno puntato la loro attenzione, bisogna ricordare che Marion Maréchal-Le Pen si è rifiutata di assumere incarichi nell'Ufficio Esecutivo, onde evitare accuse di familismo soprattutto da parte degli avversari. mentre Philippot ha mantenuto la vice-presidenza con delega alla strategia e alla comunicazione.
D'altronde che Marine Le Pen dovesse rafforzare le sue posizioni, soprattutto organizzative, era condizione necessaria per guidare il partito attraverso i prossimi appuntamenti elettorali del 2015 ( dipartimenti e regioni) fino all'appuntamento delle presidenziali nel 2017, elezioni delle quali la Le Pen dichiara già spavaldamente che il FN parteciperà al ballottaggio.
L'influenza dell'anziano Jean-Marie Le Pen, presente in tutti gli organi del partito in qualità di Presidente Onorario, è talvolta sopravvalutata, soprattutto per la capacità del fondatore di coinvolgere emotivamente la base, ma trova limitata espressione tra i quadri del partito.
Come era assolutamente fuori discussione ( non erano presenti candidature alternative) , Marine Le Pen è stata rieletta Presidente con 22.329 voti e solo 17 schede nulle.
Nel discorso di chiusura del congresso Marine Le Pen ha fatto ricorso a toni decisi, talvolta visionari, ma molto attenti, collocando il suo partito dentro la storia e la cultura della Repubblica Francese. Ha difeso gli ideali di una Repubblica una e indivisibile, sociale e laica, valori disattesi dai gollisti dell'UMP e dai socialisti del PS, mai nominati separatamente a voler sottolineare la loro identità di vedute e di responsabilità. Ha addossato ad altri l'accusa di estremismo, posizionando il FN come baluardo dell'ultrastatalismo e dell'ultraliberismo.
Non ha mancato infine di fare richiami all'insicurezza e all'immigrazione.
Infine, il Congresso è stata l'occasione per un incontro con esponenti stranieri di partiti alleati al FN, ospitati come oratori al congresso. La maggioranza di questi sono partiti dell'estrema destra alleati del FN nella battaglia dentro e contro le istituzioni europee. Particolare importanza ha avuto la presenza di Andrei Issaiev, vice-presidente della Duma russa e membro di Russia Unita, il partito di Vladimir Putin. La relazione tra i due partiti è recente e questa era la prima volta di un ospite russo ad un congresso del Front National. Issaiev ha attaccato i burocrati dell'Unione Europea," burattini degli Stati Uniti", denunciato il "colpo di stato anticostituzionale" in atto in Ucraina e le sanzioni commerciali contro la Russia e ricordato l'alleanza di vecchia data tra la Francia e la Russia.
Marine Le Pen ha approfittato dell'occasione per chiarire che per il FN l'Europa va dall'Atlantico agli Urali e non dagli Stati Uniti a Bruxelles.
Tutti gli interventi degli altri ospiti ( Matteo Salvini della Lega Nord,Geert Wilders del PVV olandese, Hans-Christian Strache del FPO austriaco, Philip Clays del Vlaams Belang fiammingo, Jiri Janecek del OK Strana ceco e Krasimir Karakachanov del VMRO bulgaro) si sono caratterizzati per un forte antiamericanismo, una russofilia accentuata e una decisa opposizione all'immigrazione.
Da ricordare che il 23 novembre il FN ha ricevuto un finanziamento di 9 milioni di euro dalla filiale russa della First Czech-Russian Bank.
Secondo Mediapart, Cotélec, un micro partito di proprietà di Jean Marie Le Pen, avrebbe beneficiato in aprile di 2 milioni di euro provenienti da un conto cipriota e depositati su un conto svizzero.Il conto cipriota è riconducibile a Yuri Kudimov, ex agente del KGB, riconvertitosi banchiere dentro la banca statale russa VEB Capital.
Il legame tra Russia e FN dimostra così di essere piuttosto radicato.
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